Tecnica Disciplina Percorso EsperienzaLa teoria muta la realtà che tenta di spiegare. E' una citazione tratta da un libro di Philip Dick, scrittore che più di altri forse ha demistificato le realtà apparenti, ed anche ultime, che a sua volta è probabile abbia citato da altra fonte, forse da Einstein o altro geniaccio della fisica teorica, chissà, però si adatta benissimo ad ogni tentativo che, nel corso di vari momenti, ci capita di mettere in atto per spiegare e spiegarci lo shiatsu, dato che sempre ci sfugge alla fine quel qualcosa che ci sembrava lì, definitivamente a portata di mano. E' riduttivo dire che lo shiatsu sia una tecnica anche se possiede un indubbia componente tecnica. Più appropriato definirlo una disciplina, chi vi si accosta deve sicuramente farlo con rigore, ma anche questo non è sufficiente a definirlo. Lo shiatsu ha carattere proteiforme e cangiante: quando pensi di averne afferrato l'essenza ti accorgi che più avanti scorgi un'altro lampo luminoso che brilla e ti richiama e non farsi illuminare da questo rende meno significativo il percorso fatto fino ad allora...toh! ecco che spunta una definizione più appropriata: percorso. Che sia in effetti un percorso nel vero senso del termine, con cambi continui di vedute e prospettiva è incontestabile, ma anche il termine percorso crea un'immagine limitativa: si va da qui a lì, ma lo shiatsu ti pone talvolta dei cambi di velocità e di posizionamento così radicali che non sempre è identificabile con il termine percorso, per lo meno non nel senso, o nei sensi, comune\i. L'ultimo termine che può venirci in mente che ci aiuti a definirlo, tenendo comunque sempre validi i precedenti tre, è esperienza, e qua sembra che ci siamo un po' di più.
Questo, per chi si accosta per la prima volta alla pratica, può apparire un ragionamento astruso e non pertinente; in fin dei conti, se non lo si collega all'utilizzo che si ritiene si debba fare dello shiatsu, ovvero supportare il nostro ricevente nel raggiungere una miglior condizione psicofisica, probabilmente rischia di essere in effetti un po' un esercizio mentale inutile. Quindi cerchiamo di dare spiegazione convincente a quanto asserito innanzi e cerchiamo anche di farlo collimare con le nostre esigenze pratiche.
Lo shiatsu, perché abbia una sua incisiva efficacia, necessita, oltre che delle prerogative tecniche specifiche del tipo di pressione da attuare, ovvero perpendicolarità, costanza e mantenimento del gesto, oltre che di una sua capacità di penetrazione, anche di una prerogativa a monte, relativa allo stato mentale e psicologico di chi pratica, ossia la disponibilità, o meglio, la disposizione. Tra disponibilità e disposizione, anche se termini sinonimi, esiste una sostanziale differenza: laddove la disponibilità esprime uno stato d’animo in cui la volontà del soggetto è determinante nell’orientare la direzione verso cui si ritiene di poter o dover attenuare una certa forma difensiva del proprio io per essere in grado di attuare uno scambio di qualsivoglia natura all’esterno apparentemente senza, o con poche, condizioni (infatti si dice, con affermazione soggettiva, rendersi disponibile) significando quindi, in ogni caso e secondo una prospettiva naturalmente ed umanamente egoistica, che valutando pro e contro esiste la possibilità fare un proficuo scambio, sempre di qualsivoglia natura, con minimo rischio (diffidare quindi sempre di chi annuncia troppo disinvoltamente il proprio essere disponibile come valore etico), la disposizione, caratteristica questa oggettiva, rappresenta invece un’apertura incondizionata a 360° a coinvolgersi in un’esperienza determinata od indeterminata, aldilà di un computo speculativo di dare ed avere, avendo la precisa consapevolezza che qualsiasi esperienza, ed a maggior ragione un’esperienza voluta e cercata, darà sempre e comunque degli utili importanti in termini di evoluzione, trasformazione e cambiamento, e tale è l’esperienza dell’altro, e con altro intendiamo in questo contesto il nostro ricevente, nella pratica dello shiatsu. Se noi siamo ben disposti, il nostro ricevente rappresenterà un’esperienza unica ed irripetibile che ci arricchirà di conoscenza al pari di un viaggio in una terra lontana e misteriosa, e come noi cambiamo e ci trasformiamo quando sperimentiamo qualcosa di unico ed irripetibile, come appunto sa chi ha affrontato un viaggio, non da turista oppure anche da turista, in un paese dove è rimasto coinvolto in usanze assai diverse dalle proprie ed abituali, ma il paragone può beninteso essere esteso a qualsiasi esperienza particolare che continuamente la vita ci offre, così cambiamo e ci trasformiamo nel praticare lo shiatsu ogniqualvolta la nostra disposizione è al massimo grado limpida, disinteressata ed elemento di soddisfazione. Quindi ogni volta noi sperimentiamo l’altro, e l’altro peraltro parimenti specularmente sperimenta noi in un unico continuum energetico, con la giusta e dovuta disposizione, ne veniamo cambiati e trasformati, perlomeno nella misura in cui siamo disposti al coinvolgimento; ne consegue che ogni volta che ne veniamo cambiati e trasformati affrontiamo l’esperienza successiva spesso in modo radicalmente diverso dal precedente ed a questo punto risulta ovvio che, riallacciandosi a quanto detto ad inizio di paragrafo, ossia che ”la teoria muta la realtà che tenta di spiegare”, sia alquanto arduo tentare di sistemizzare e teorizzare in modo completo la pratica dello shiatsu. Rimane così estremamente utile e proficuo, invece, il noto consiglio di non confondere mai la mappa con il territorio che descrive, come ogni buon viaggiatore, o buon turista, beninteso, ha provato sulla sua persona…..OK se l'avete ben digerita....buon viaggio e buono shiatsu.